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Psicoterapia familiare

Psicoterapia familiare: l’esperienza riparativa


Essa investe la vita quotidiana, è una sfida ai modelli operativi distorti attraverso la
proposta di reali altri modelli di pensiero e comportamento mediati da adulti che
possano diventare interlocutori per sani legami di attaccamento. Il “conforto
materno”, proposto dagli studi neurofisiologici come regolatore dei processi
cerebrali e mentali conseguenti al trauma, deve diventare sperimentabile in
qualche luogo significativo di vita del bambino, luogo che deve riuscire ad
assumere per lui la pregnanza propria degli ambiti familiari, in cui i legami di
attaccamento sono originariamente radicati.


E’ indiscutibile che la migliore “esperienza riparativa” per un minore sia
sperimentare il risanamento del proprio ambito originario di vita e di relazioni.
In tal senso devono essere attivate le competenze specialistiche di valutazione
e cura, estese alle possibili risorse familiari.
Nel caso invece in cui il risanamento della famiglia maltrattante/abusante non
si riveli possibile, sarà necessario pensare a convenienti esperienze sostitutive.
Che qualità devono avere queste ultime? Ripristinare il sentimento di appartenenza
in soggetti tanto provati non è facile: ed è noto che in queste delicate situazioni
in cui sono in questione i legami tra esseri umani, le variabili in gioco sono molte,
e in gran parte connesse alle qualità personali dei soggetti in gioco. Se così stanno
le cose, non si può certo escludere che una piccola vittima trovi nella sua
educatrice, anche in un istituto tradizionale, l’aggancio per aprire una finestra su
un panorama umano diverso e accattivante, come non si può garantire che
l’adozione, studiata proprio perché quel nuovo radicamento possa avvenire,
sia davvero capace di offrirne l’occasione, sostituendo gli schemi di
funzionamento appresi nel passato.
Tuttavia è anche vero che le forme possono aiutare la sostanza: ed è certo più
credibile che la nuova realtà di vita risulti correttiva della precedente, con la stessa
forza d’impatto, se le relazioni in essa garantite sono stabili, personali, intime,
come può avvenire in una famiglia sostitutiva, affidataria o adottiva.


Per la sua configurazione da ‘risorsa di frontiera’, non priva di funzioni
terapeutiche, sono indispensabili supporti adeguati e specializzati,
sia nella formazione, sia nell’accompagnamento per un tempo
congruo quando l’accoglienza di questi soggetti deformati dall’abuso
è già in atto.
Va aggiunto che relazioni di questa forza sono possibili soltanto tra esseri
pensanti, e che è appunto il vigore con cui verrà trasmesso alla vittima il
diverso sistema di significati presente nell’altro che potrà spostare con la
“moneta buona” la precedente “moneta cattiva”.
Ne consegue che tutto quanto potrà facilitare la più esplicita,
coerente e intelligente proposta di tale “moneta buona” non potrà che
giovare, instancabilmente sciogliendo gli equivoci inevitabili nell’intendersi
con soggetti che, in certo qual modo, parlano una lingua diversa e con
essa interpretano anche il linguaggio dell’altro.
In realtà non possiamo non pensare che un aiuto in tal senso a chi accoglie questi
bambini deformati dall’abuso sia non solo opportuno, ma fortemente auspicabile,
anche per costruire insieme la migliore corrispondenza tra quanto emerge e si
elabora in terapia e quanto nella vita quotidiana può rinforzare nel bambino la
verifica che tali elaborazioni sono appropriate e sintone con la nuova realtà verso
cui si sta avviando.


Può essere utile citare quanto l’Osservatorio Nazionale sull’Infanzia e l’Adolescenza
ha elaborato in ordine a questo punto:
1. Il riconoscimento che l’accoglienza fuori dalla famiglia di soggetti minorenni, e
tanto più quanto più difficili, abbisogna di sostegni competenti e professionali
traspare in molti punti:
a) programmare e creare prestazioni psico-socio-educative a supporto delle
famiglie che scelgono la strada dell’affidamento e dei bambini affidati sia durante
il percorso per arrivare all’affido sia nella fase successiva all’accoglienza in famiglia;
b) programmazione e attivazione di prestazioni psico-socio-educative a supporto
delle famiglie che scelgono la strada dell’adozione cd. Difficile, e dei bambini
adottati sia durante il percorso per arrivare all’adozione sia nella fase successiva
all’accoglienza in famiglia
c) formazione delle famiglie che intendono adottare sensibilizzandole alle
problematiche dei bambini traumatizzati, promuovere la preparazione delle
famiglie disponibili (e idonee) all’affido avvalendosi delle associazioni familiari …
Garantire l’aiuto alle famiglie affidatarie attraverso la promozione dei gruppi
di famiglie e delle associazioni familiari
d) promuovere reti di collaborazione tra associazioni familiari e Enti Locali
per la gestione degli affidi….. promuovere l’investimento in formazione per
gli operatori per l’apprendimento di modalità di lavoro con soggetti
collettivi (per esempio le associazioni familiari)
e) predisporre, anche in collaborazione con le associazioni familiari e di privato
sociale corsi di formazione per le famiglie che si propongono per l’affido e
l’adozione (e per gli operatori dei servizi sociosanitari) che introducano alla
conoscenza delle forme complementari di accoglienza familiare per i minori
in grave difficoltà, con particolare riguardo a quelli con esperienze traumatiche


E’ tuttavia ben noto che ci sono situazioni, o fasi, per cui il collocamento in
famiglia sostitutiva non è possibile od opportuno. E’ quindi necessario,
dando per scontato il tramonto dell’istituto educativo-assistenziale come
risposta idonea, precisare meglio a livello nazionale le caratteristiche delle
strutture comunitarie di accoglimento dei minori, che oggi costituiscono un
universo estremamente variegato. Sarebbe opportuno individuare tipologie
riconoscibili e confrontabili, nonché requisiti minimi di qualità, percorsi
formativi e criteri di accreditamento.


Può essere utile citare quanto l’Osservatorio Nazionale sull’Infanzia e
l’Adolescenza, nello stesso documento, ha elaborato anche in ordine
a questo punto, nell’intento di promuovere nuove proposte:
a) promuovere realtà comunitarie diurne e residenziali caratterizzate
come servizi specialistici di trattamento della crisi nei quali il periodo
di accoglienza copre momenti di transizione brevi, dove il trauma
subito dal minore presenta caratteristiche acute e di “crisi” che hanno
bisogno di un lavoro psico-educativo intenso e competente capace di
accogliere la fase drammatica, con alte professionalità e competenze
specialistiche … per ottenere la riduzione della successiva permanenza
del bambino in strutture di accoglienza educative.
b) nel contesto delle comunità per minori, particolare significato e
valenza educativa hanno le comunità la cui coppia residente è
effettivamente una famiglia che si assume la guida, la responsabilità
educativa e la conduzione di una comunità
c) incentivare strutture educative polivalenti, residenziali e diurne,
in cui siano presenti possibilmente famiglie per creare ambiti familiari
comunitari aperti all’accoglienza;
d) incentivare Enti Gestori che attivino realtà di accoglienza complementari tra
loro: affido, comunità, centri diurni, con lo scopo di contrastare l’interruzione di
un’esperienza in caso di crisi e farla invece evolvere anche con diverse
tipologie che tengano conto dei mutamenti che potrebbero accadere.


Si veda anche il documento “Tutela e cura del soggetto in età evolutiva in
difficoltà”, in Cittadini in crescita, 2, 52-113, 2002,
e l’articolo di Malacrea M. (2007) Esperienze traumatiche infantili e
adozione, Minorigiustizia, 2/2007, 185-195.